LO ZAR DI NIGHT CITY
IL DIARIO DI FILIPPE – 1
LO ZAR DI NIGHT CITY
Andromeda: Ecco quello che vi dicevo
Vinz: Ma siamo sicuri di volerlo fare?
Eclipse: Io sono curioso come una scimmia
Andromeda: E’ per il suo bene. E anche del gruppo. Più ci conosciamo fra noi, più saremo in grado di aiutarci a vicenda
Vinz: In effetti il Barone non è uno che parla molto… di sè.
Eclipse: Giusto, perchè per il resto… ha una lingua più lunga del Golden Gate
Vinz: Ma Raiden come ha fatto a scoprirlo?
Andromeda: Oh beh… mi ha detto che stava trafficando come al solito per manutenzionare il firewall del sistema interno del Graveyard e si è imbattuto in questo file
Eclipse: E non gli è sembrato vero di venirtelo a dire
Andromeda: Sì. Raiden ha… come dire… una grande simpatia per me
Eclipse: Chiamala simpatia. Ti vuole entrare nelle mutande, è chiaro
Andromeda: Va beh… lo volete leggere o no?
Vinz: Ma che cos’è esattamente?
Andromeda: Una specie di diario. Di Filippe.
Eclipse: Hahahahaha. Il Barone che scrive ad un Diario come una tredicenne
Andromeda: Non sono sicura ci siano cose da tredicenne…
Vinz: Dai, condividi il file
Andromeda: Arriva….
Sapeva di ciliegia. Le sue labbra sapevano di ciliegia. Morbide, come una ciambella. La sua lingua nella mia bocca era come un ipnotico serpente
«Uhmmm.. non male» osservò lei, staccandosi da me e stringendo gli occhi a mandorla in uno sguardo a metà fra il sorpreso e il compiaciuto «te lo sei scelto bene il tuo output»
«E questo è niente. Dovresti provarlo da svestita» rilanciò Jiulia agganciando la bocca alla mia con gli incisivi e affondandoli nella carne.
«Ehi!» sbottai, allontanandola, sentendo il tipico sapore ferroso del sangue nella gola.
Jiulia proruppe in una risata argentina. La vista del liquido rosso sulle mie labbra sembrò inebriarla. Si scambiò uno sguardo d’intesa con l’amica.
Le due mi saltarono addosso all’unisono, mordendomi i lobi delle orecchie «Stasera ti mangio» mi sussurrò con un caldo respiro la mia input prima di afferrare il polso della sua choomba Yuko e trascinarla nella pista da ballo. Note liquide colavano dalle casse ben nascoste da qualche parte nella sala. Una melodia fatta per movimenti fluidi e lenti1
«Maledizione!» sbottai. Come avevo fatto a farmi convincere ? Lo sai com’è successo, mi risposi. Prima Jiulia ti ha fatto gemere senza neanche togliersi i vestiti. E poi, sdraiata sul bancone del Graveyard, con lue sue gambe avvinghiate ai tuoi fianchi, te l’ha fatto urlare quel sì.
Ecco com’è andata. Non posso farci niente. Quella ragazza mi fa bollire gli ormoni.
Guardandomi intorno non riesco a non sentirmi fuoriluogo. Pavimenti in parquet, vero legno! E piastrelle di ceramica. Mosaici dorati raffiguranti ieratici santi ed icone di madonne russe dentro cornici di frassino laccato. Dalle pareti pendevano drappi e tessuti raffinati. Il mobilio era un misto di design neo-decadente, con statue di marmo rotte o sbreccate, paraventi orientali, sedie foderate in velluto, tecnologia retrò, con grammofoni e telefoni a muro, e cimeli provenienti dall’Euro Teatro dell’Est, con sciabole cosacche, colbacchi e bandiere rosse con falce e martello. Non ero sicuro di capire tutto quello che vedevo. Quella roba era vecchia prima ancora che io nascessi. Inoltre non sono mai andato a scuola. L’unica cultura che possiedo lo devo a mia madre e a alla libreria abbandonata in fondo a Carnaby Street. E devo dire che è molto di più della maggior parte dei choomba che conosco. Ma in fondo mi è sempre piaciuto sapere cose. Le informazioni sono potere. E’ anche grazie a loro che non sono un perdigiorno in una qualche boostergang, ma possiedo un locale notturno. Il Graveyard non è un ritrovo alla moda come il Tribeca o il Teragen, ma se cerchi del torcibudella ad un prezzo onesto, musica indie di una rockergirl come Andromeda, bellissime danzatrici seminude e soprattutto la tranquillità che nessuno ti spiani contro un mitra, beh, è quello che fa per te. E non dimentichiamo il servizio extra di fornitura di Blue Glass o di Synthcoke e di mercenari prezzolati per le Black Ops.
In fondo, per un orfano del dopo bomba, cresciuto insieme ad una sorella dal coltello facile ed un veterano delle guerre SouthAm Cyberpsicotico, potevo considerarmi un uomo di un discreto successo. E allora perchè ero lì? Nella tana del nemico?
Lo sai il perchè, mi dissi, tornando a guardae Jiulia. I corti capelli biondi, inizialmente irti sul capo, stavano cominciando a scenderle sulla fronte, sconfitti dal sudore. Il suo corpo sodo e tonico sbrilluccicava d’infiniti puntini luminosi sotto le luci strobo, per effetto della chimipelle. Il mio regalo per il suo ultimo comleanno. Santissimi Loa. Ventidue anni. Nata il giorno in cui la Torre Arasaka e il City Center sono stati fusi dal potere dell’atomo. Le braccia nude fuoriescono da un lungo abito nero con uno spacco sulle cosce e una profonda scollatura sul seno piccolo, ma ben formato. E gli occhi. Legba ! Sono l’unica cosa riconoscibile del viso, nascosto da una barocca maschera veneziana, ma trafiggono i sensi con il loro grigio ghiaccio imperscrutabile. Non potevi mai dire cosa si muovesse dietro la loro cortina di ferro. Più di una volta ero finito nei guai per i colpi di testa di quella pazza scatenata. A volte avevo perso migliaia di euros e avevo dovuto usare tutta la mia influenza per non finire crivellato di 5.56mm in un vicolo buio. Certo. Mi sono arrabbiato, eccome. Ma Jiulia mi fissava con quei suoi occhi di ghiaccio e se ne usciva ridendo con «Starò più attenta la prossima volta, Папа», oppure zittendomi con la sua fisicità dirompente «Dimmi la verità, non è stato divertnete, Папа?» mi sussurrava mentre eravamo avvinghiati dalla passione. E, maledetti i Loa, aveva dannatamente ragione. Per me, il Barone, spacciatore di paradisi sintetici a buon mercato, era lei la mia droga. Era una bomba ad orologeria di sensualità e pericolo, pronta ad esplodere in ogni momento. Quel misto di adrenalina e sessualità aveva su di me l’effetto di una vera e propria dipendenza.
Ecco perchè ero lì. Ad una delle feste in maschera della Famiglia Arkad. Non che non avessi mai avuto la curiosità di vedere come fossero, questi famosi baccanali di trasgressione, ma c’erano ottimi motivi per cui non avrei dovuto trovarmi lì e per cui tutti i miei sensi erano all’erta.
Il primo, era che ero un pesce troppo piccolo per poter entrare nella cerchia dorata dei Voivoda di Westbrooke. Gli Arkad non smerciano droga. Sono l’atelier d’alta moda degli stupefacenti. I loro biologi/chimici escono dalle migliori università europee e, esattamente come sarti esperti, ritagliano sostanze prodotte su misura. Ogni droga è sintetizzata per adattarsi al metabolismo di ogni singolo cliente, per generare particolari effetti e soprattutto per non lasciare tracce di dipendenza o danni sull’organismo. Gli Arkad lavorano per dirigenti Corp, celebrità dei media e dello showbiz, nonchè per buona parte del Consiglio Cittadino di Nightcity. Loro facevano i soldi veri. Certo, possedevano anche una capillare distribuzione di droghe più a buon mercato che qualsiasi booster era in grado di permettersi, ma era solo un’attività collaterale. I loro pusher avevano l’ordine di offrire gratis le ultime droghe sperimentali ai loro clienti meno abbienti e più disperati per utilizzati come cavie per i nuovi prodotti. Erano dei criminali senza scrupoli, ma raffinati ed eleganti, con una certa patina di rispettabilità.
E così veniamo al secondo motivo per cui non avrei dovuto essere lì. Jiulia.
Un mezzo boss di quartiere come me non poteva certo ambire ad entrare ad uno degli eventi mondani degli Zar di Nightcity, ma forse avrei anche potuto cavarmela. Quello che Anatoly e Olga Arkad non avrebbero mai tollerato è che la loro figlia più giovane se la facesse con una mezza tacca come me.
Nella loro visione del mondo lei era un Angelo del Paradiso ed io un lurido verme strisciante.
Non erano certo degli stupidi e sapevano benissimo che la loro rampolla non era una vergine timorata di Dio e lo tolleravano. Essere dissoluti e maudit faceva parte del loro stile di vita. Ma erano comunque dei riccastri elitari con la puzza sotto al naso. Gli Dei possono anche giacere con i comuni mortali, ma non li portano fin sull’Olimpo.
Per foruna indossavo la mia maschera da Oni. L’aveva procurata Yuko e Jiulia aveva battuto le mani entusiasta. Se avessero scoperto che Filippe D’Amber, tenutario di un mezzo bordello, spacciatore di quartiere e procuratore di mercenari a basso prezzo, si era introfulato ad uno dei loro esclusivi eventi, mi avrebbero appeso per le palle sopra la pista da ballo.
E il dance floor in quel momento era decisamente in fiamme. Jiulia e Yuko, si erano lasciate completamente andare. Guidate dalla musica si contorcevano l’una sull’altra con movenze lascive, accarezandosi e baciandosi con una voluttà quasi dolorosa. Intorno a loro, uomini, donne, trans ed exotic, si stavano producendo in passi di danza che erano amplessi simulati, quando non un gigantesco preliminare sessuale collettivo. Il problema era che la cosa mi piaceva. Distolsi lo sguardo. Solo per farlo ricadere su una gabbia sospesa a mezz’aria dove una bellissima pantera africana si trovava al centro delle attenzioni di due giganti biondi muscolosi e tatuati che ne saggiavano il corpo in ogni anfratto.
Alla mia sinistra vedevo un ragazzo ancora imberbe incantenato al muro, che stava venendo frustrato da una mistress bio-sculturata come un qualche specie di rettile. Quel posto era a metà fra l’Inferno dantesco e il paradiso del Vecchio della Montagna.
Mi aggrappai al bicchiere che stringevo in mano.
Tracannavo l’intruglio malsano dal nome bislacco che mi avevano versato dentro, cercando di rilassarmi, quando qualcuno mi rovinò addosso, facendomi rovescaire il drink addosso. Ero talmente teso che, senza pensare, allontanai il disturbatore con un irruento spintone che lo fece finire bocconi sul pavimento.
Non so bene come andò. Forse avevo preso troppa Synthecoke. In genere non faccio il cliente di me stesso, ma quella sera non era una sera come le altre. Ricordo solo che ad un certo punto Jiulia mi stava trattenendo, mentre una donna sul metro e novanta tratteneva l’altro tizio
«Calmati Aleksey» cercò di farlo ragionare
«Mi ha rovinato la faccia! Io ci lavoro con questa faccia!» in effetti, la sua maschera era finita per terra. La sua faccia, che assomigliava in modo impressionante a quella di un attore famoso che avevo visto in qualche olo-movie, mostrava un taglio sul sopracciglio destro e i chiari segni di una collutazione.
«Se sei un povero perdente che non sa difendersi non è colpa del mio output» lo derise Jiulia.
A quelle parole l’uomo strabuzzò gli occhi.
Come se fosse parte di un rituale convenuto, alzò il pugno al cielo e urlò «Arena!»
Dopo un breve istante di sorpresa la folla intorno gli rispose di rimando «Arena! Arena! Arena!»
«Jiulia, cosa sta succedendo?» domandai mentre la mia spina dorsale ghiacciava.
«Non ti preoccupare, Папа. Se combatte come scopa, è già un uomo morto» mi rispose lei strizzandomi l’occhio.
Maledetti i Loa! Ero finito di nuovo nella merda per i suoi capricci.
Come sono finito qui? Pensavo mentre scendevo la scaletta di ferro che costituiva l’accesso all’Arena. Un buco posto più in basso rispetto al livello del pavimento. Uno spazio circolare ricoperto di sabbia. Lo sai perchè sei finito qui. Jiulia.
Avevo bisogno di un Netrunner per un lavoro difficile. Dovevo ripulire il passato di un vecchio amico. Terence Matthews aveva scalato tutti i gradini della Rocklin Augmetics, arrivando fino alla camera da letto della sua CEO, Jacinta Hidalgo. Purtroppo per lui qualcuno che voleva il suo posto lo aveva fregato. Una semplice soffiata e l’estrazione di un ricercatore di una Corp Rivale era finito gambe all’aria con l’intero commando della RA flatlineato, a parte un unico sopravvissuto. Il rivale manipolò le prove in modo tale che fece apparire Terence e Vincent Vega, l’unico Solo rimasto del gruppo di fuoco, come i veri responsabili di quanto accaduto.
Ora Terene era diventato Candy e lui e il ronin si ritrovavano nella necessità di far perdere le proprie tracce ai loro vecchi padroni.
Avevo messo in giro la voce che mi serviva un Runner in gamba per un lavoro difficile. Jiulia si presentò al Graveyard in una fredda giornata di dicembre. Indossava una lunga syntopelliccia con una testa di lupo sulla spalla, una tabarda rossa con ricami dorati sul davanti, sotto a cui stava una camicia bianca dalle ampie maniche ricamate e portava una fascia sempre rossa, con inseriti dei piccoli specchietti, che le tratteneva i capelli.
«Sono Baba Yaga» si presentò
«Sei troppo giovane e troppo russa» le risposi
«Lo sai che cos’è una Baba Yaga?»
«Una strega»
«Esatto. E una strega compie magie. Ne ho appena fatta una»
La guardai interrogativo
«Puf!» disse lei aprendo la mano a pugno davanti a me, nel classico gesto di un illusionista.
Mi immersi nel mio Agente Interno, quello impiantato direttamente al mio cyberudito e controllai.
Non c’era più traccia di Terence e Vincent. Erano come spariti da qualsiasi cosa esistesse in rete.
Al loro posto trovai due identità nuove di clonazione.
«Come faccio a sapere che hai rimosso tutti i loro dati anche dai data base della Rocklin Augmetics?» domandi dubbioso.
«Facile. Controlla se i tuoi amici sono ancora vivi. Ho sete» esclamò alzandosi «Mi offri da bere? Credo di essermelo meritato» e si diresse verso il bancone senza aspettare la mia replica.
Le offrii da bere. Passammo la notte nel locale. Quando al mattino mi sveglia nudo sul divano del mio ufficio, lei si era volatilizzata. Così come cinquemila eurodollari dal mio conto. La ricompensa che avevo messo in palio per il lavoretto di sciacquatura di Terence e Vinz. All’inizio non capii. Avrebbe potuto ripulirmi del tutto se avesse voluto. Feci delle ricerche.
Non ci volle molto a scopriere chi fosse e d’altro canto lei non faceva niente per nasconderlo. La figlia più piccola di Anatoly e Olga Arkad, gli Zar delle droghe di lusso. Probabilmente cinquemila euroverdoni era quello che guadagnavano in un’ora. E allora compresi. Non erano i soldi ad interessare Jiulia. Non era per quello che faceva la Netrunner. Era per l’adrenalina.
Quella che sentivo io in quel momento.
La folla era tutta intorno all’area di combattimento.Urla, strepiti. Alzando gli occhi vidi due troni dorati dall’alto schienale posti uno di fronte all’altro, alle due estremità del diametro del cerchio costituito dal bordo della fossa.
Su di essi, assisi come potenti sovrani, stavano Anatoly e Olga. Lui a destra e lei a sinistra.
Scrutai fra i volti eccitati degli spettatori fino a quando incrociai lo sguardo di Jiulia.
Lei mi sorrise «Uccidilo» le lessi sulle labbra.
Quando il gong suonò fissai per un attimo il mio avversario. Fisico scultoreo. Probabilmente di vera carne. Non sembrava avere quelle linee innaturali che presentevano i corpi innestati di fibre muscolari sintetiche. Si muoveva con una certa agilità e competenza. Non sembrava essere totalemente e digiuno di combattimento a mani nude. Forse si trattava di qualche chip di abilità. Un pezzo di silicio innestato nella spina dorsale che trasmetteva al suo corpo cosa fare. O forse aveva preso qualche lezione. In ogni caso era un principiante. Avevo l’occhio e l’esperienza di chi è cresciuto nello Sprawl e come se non bastasse, avevo appreso tutti i copi bassi del combattimento corpo a corpo da un ex Berreto Cromato delle guerre centro-americane.
Fin dall’inizio il tizio non ebbe speranza. Lo colpii un paio di volte, giusto per farlo arrabbiare. Quello perse la testa e mi si buttò addosso. Lo schivai agilmente. Guardai verso Jiulia. Aveva gli occhi infervorati e scintilanti. Era in estasi. Io sentii una scarica di endorfine pervadermi il corpo. Iniziai a giocare con il mio avversario. Lo colpivo e poi mi allontanavo. Gli scaricavo una raffica di colpi per poi far finire i suoi diretti e i suoi jab, nel vuoto. Fu uno stillicidio di un gatto con il topo. Il pubblico era in visibilio e mi incitava. Jiulia gridava felice come una bambina. Andò avanti finchè, stremato, l’altro combattente non si accaciò al suolo, in un maschera di sangue.
Io, allora, mi portai le mani al volto e, con gesti lenti e studiati, mi tolsi la maschera da Oni e la alzai al cielo.
Anatoly e Olga mi riconobbero all’istante. Lo vidi dai lampi nei loro occhi.
Ma non m’importava. Jiulia saltò dentro l’Arena e avvinghindosi a me mi diede il bacio più appassionato che abia mai ricevuto. Ecco. In quel momento ero io lo Zar di NightCity.